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Proposte di legge:
Turco, Violante n.
692,
12 giugno 2001
Sandri, n.
3779
12 marzo 2003
Mozione
Violante, n.
100337
10 marzo 2004 |
Come completare il processo riformatore
che regola l’intervento dello Stato nel settore delle politiche
sociali della casa? C’è da ricordare che questo processo è stato
avviato dal primo governo dell’Ulivo nel 1996 con l’accordo con le
parti sociali in cui si stabiliva che il fondo Gescal finanziato dalle
imprese e dai lavoratori cessava la sua attività. Poi la legge 431 di
due anni dopo chiuse la fase dell’equo canone e dei patti in deroga
introducendo due forme di canone: quello a libero mercato e quello a
canone concordato. Poi, con la riforma del Titolo V della Costituzione
ancora un passo: le politiche del settore sono state trasferite alle
Regioni compreso il patrimonio di edilizia pubblica: qualcosa come
800mila alloggi. L’iniziativa di riforma partiva dal presupposto che
la politica sociale della casa andava ridefinita per sostenere le
mutate esigenze economico-sociali delle famiglie e il mutato andamento
demografico del Paese, per garantire una maggiore flessibilità nelle
tipologie di intervento a carico della fiscalità generale in una
politica di welfare riformato. In questo quadro fu istituito il fondo
sociale per l’affitto (400mila famiglie beneficiarie) e stanziati
2.000 miliardi di vecchie lire per sostenere i programmi delle
Regioni.
Ma la riforma avviata dal
centrosinistra andava completata, tanto più che, andato al governo
il centrodestra, le prospettive riformatrici hanno ceduto il passo
ad una gestione ordinaria e contraddittoria, per giunta
all’insegna di un assurdo risparmio. Il fondo per l’affitto è
stato ridotto del 30%, depotenziando lo strumento del canone
concordato quale sostegno ai redditi bassi ieri protetti dall’equo
canone. I residui Gescal (circa 800 milioni di euro), pur di
competenza regionale, sono stati trattenuti dal Ministero per una
gestione diretta che contraddice il principio della delega.
Inoltre lo stanziamento di un miliardo di euro per i programmi di
edilizia promossi nella passata legislatura dai governi di
centrosinistra non sono stati ancora assegnati alle Regioni e ai
soggetti promotori degli interventi, e parte di questi sono
oggetto di contenzioso tra Tesoro e Lavori pubblici in seguito al
decreto di riduzione dei capitoli di bilancio per i programmi non
iscritti nei limiti di spesa. Ecco le ragioni delle gravi
difficoltà del settore della casa, privo dei necessari supporti e
minato alla base dal blocco del lavoro avviato in precedenza.
Da qui la proposta di legge predisposta
dai deputati DS proprio con l’obiettivo di completare la riforma. Due
sono le direttrici. Con la prima si riconosce il diritto
all’integrazione del reddito per l’affitto quando il canone colloca il
nucleo familiare nella fascia di povertà: è lo strumento di intervento
statale nel welfare riformato. Del resto, in presenza del calo
demografico, di una forte offerta abitativa e di un canone a libero
mercato, l’integrazione al reddito per l’affitto si rivela lo
strumento più flessibile ed efficace di intervento. Far leva su questo
strumento, passando dalla sperimentazione ad un utilizzo strutturato,
significa compiere una scelta forte nella riorganizzazione della spesa
tra i diversi comparti che compongono le politiche sociali. Ragionando
per cifre: sino alla metà degli anni Novanta la spesa destinata a
vario titolo alle politiche sociali della casa si aggirava sui 6.000
miliardi di vecchie lire (pari a qualcosa come 3 miliardi di euro).
Oggi è di 500 milioni di euro. La Quercia propone un progressivo
incremento annuale della dotazione per la casa con l’obiettivo di
raggiungere 1 miliardo di euro l’anno entro il 2008. Ma bisogna anche
intervenire urgentemente per integrare il fondo per l’affitto (+120
milioni di euro) da assegnare alle Regioni e destinato alle grandi
aree urbane.
La seconda direttrice del progetto DS
consiste in un accordo quadro con le Regioni, basato su quattro
elementi. Intanto l’uso del patrimonio di edilizia pubblica come leva
finanziaria per consentire la realizzazione di programmi di
investimento a lunga scadenza, per la riqualificazione e costruzione
di nuove case. Poi la riorganizzazione delle gestioni allo scopo di
consentire la creazione di strumenti in grado di muoversi sul mercato
come soggetti attivi, promotori di una nuova fase di sviluppo. Ancora,
la definizione di un piano decennale cofinanziato per la realizzazione
di alloggi ad affitto calmierato nelle grandi aree urbane dove si vive
una paradossale, assurda contraddizione: la grande fame di case
economiche e la spaventosa lievitazione dei prezzi delle abitazioni
medio-alte e di lusso. Infine e soprattutto la garanzia di assicurare
alle Regioni le risorse necessarie per la programmazione degli
interventi: non si possono gestire le nuove competenze senza un
proporzionale trasferimento di fondi.
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