Nuove tecnologie

 

 



Proposte di legge:

Magnolfi, n. 4391,
16 ottobre 2003

Magnolfi, n. 4579,
 19 dicembre 2003

Nell’innovazione ICT (information communication technology) l’Italia registra un grave ritardo tecnologico. Il centrodestra aveva ereditato dall’Ulivo un disegno di ampio respiro (Piano e-Italia per imprese, scuola e famiglie e Piano e-Government per la Pubblica amministrazione), parecchi cantieri sperimentali avviati e le risorse necessarie per i successivi stadi di avanzamento (800 miliardi di lire dalle licenze UMTS, che un emendamento dell’allora opposizione voleva cancellare). Nessun alibi può giustificare il fallimento di questi tre anni in un settore così strategico.

Tutti i progetti avviati dai governi precedenti sono stati rallentati e le risorse disponibili erogate col contagocce. La firma digitale ha subito un tale ritardo che molti investimenti dei certificatori rischiano di essere obsoleti; l’archiviazione ottica dei documenti contabili, attesa da migliaia di professionisti nell’ambito del fisco digitale, è stata a lungo bloccata da un conflitto di responsabilità fra Ministero per l’Innovazione e Ministero del Tesoro; del Sistema informativo del personale non si parla più, forse perché chi dirige la Funzione pubblica è più interessato allo spoil system che all’efficienza; la carta di identità elettronica del Ministro degli Interni viene messa in concorrenza con la Carta nazionale dei servizi del Ministro per l’Innovazione, con un inspiegabile spreco di risorse.

Gli unici progetti di innovazione che hanno avuto una corsia privilegiata riguardano il sistema radiotelevisivo e lo sviluppo del digitale terrestre, puntello tecnologico della Legge Gasparri. Pensiamo all’iniquo contributo di 150 euro alle famiglie (ricche o povere, non importa) per l’acquisto di un inutile decoder o al bando T-democracy per la diffusione dei servizi internet attraverso la televisione, al quale sono destinati 10 milioni di euro che ancora rimangono dal lascito dell’Ulivo.

Quanto alle imprese, è evidente la mancanza di una politica industriale, a dispetto delle promesse sul Polo nazionale del software (chi l’ha visto?) e come dimostra il fatto che dalla Tecnotremonti siano stati cancellati proprio gli investimenti nel settore ICT. Il risultato è una progressiva contrazione del mercato: secondo il rapporto dell’Associazione nazionale produttori di tecnologie e servizi per l’informazione e la comunicazione (maggio 2004) la spesa delle imprese per hardware, software e servizi è diminuita dell’1,8% dal 2001 al 2002 e addirittura del 3,2% dal 2002 al 2003, con una dinamica particolarmente negativa nel Mezzogiorno e una flessione più accentuata nel comparto industria

(-6,3% nell’ultimo anno). Tutto questo mentre l’analfabetismo digitale delle nostre imprese viene indicato come uno dei principali responsabili della stagnazione economica.

Su tutti i ritardi e le incoerenze abbiamo incalzato il Governo e fatto proposte alternative.

Abbiamo sollecitato più volte il Ministero dell’Istruzione, dell’università e della ricerca a modificare le regole di accesso all’Albo degli informatici, che è aperto solo agli ingegneri: con migliaia di posti di lavoro mancanti nel settore ICT, è inaudito escludere dalla professione, che già svolgono da anni, 25.000 laureati in informatica e in scienze dell’informazione!

Abbiamo contribuito in modo determinante alla legge sull’accessibilità ai servizi internet per i disabili; tuttavia, se il Governo non emana eegolamento e decreto attuativi, la legge rimane una nobile petizione di principi.

Siamo riusciti a sventare gravi limitazioni alla privacy e alla libertà della rete, contro il cosiddetto “Decreto grande fratello” e contro il Decreto Urbani, di cui abbiamo modificato gli aspetti più proibizionisti nei confronti degli utenti e dei providers: la sicurezza e la proprietà intellettuale vanno tutelate senza trasformare la società della conoscenza in società della sorveglianza e dei divieti.

Con molti atti parlamentari abbiamo cercato di spingere il Governo verso l’adozione di sistemi Open source per la Pubblica amministrazione: la direttiva del Ministro, peraltro molto timida, non serve a niente se non è accompagnata da un sostegno alla formazione degli addetti, senza il quale la PA  non può scegliere le nuove applicazioni, meno costose e più trasparenti.

Per lo sviluppo dell’infrastruttura digitale abbiamo presentato una proposta di legge di incentivi alla diffusione della banda larga, che favorisce l’aggregazione della domanda di servizi e gli investimenti tecnologici nelle aree disagiate: in Italia c’è un divario territoriale nelle dotazioni tecnologiche e nell’opportunità di utilizzarle (digital divide), che produce disuguaglianze ed esclusione sociale.

Secondo il modello americano SBIR (Ricerca e innovazione per le piccole imprese), abbiamo depositato una proposta di legge che riqualifica gli incentivi alla ricerca applicata e all’innovazione di processo e di prodotto, favorendo l’incontro fra Università, Centri di ricerca e piccole imprese, anche spingendo queste ultime ad aggregarsi.

 

 
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