Foto archivio Direzione DS

Enrico Berlinguer è stato l’ultimo dirigente carismatico dei partiti politici italiani. Nessuno dopo di lui ha raccolto tanto affetto e tanto rispetto. E questo non solo per le circostanze della sua morte, sul palco del comizio di chiusura della campagna elettorale per le elezioni europee del 1984, a Padova. Quelle circostanze sembrarono l’epilogo coerente di una vita che appariva, ed era, dedicata all’impegno politico, alla militanza, al partito. Quelle circostanze riassunsero il senso di una vita. Come la morte di un famoso combattente della libertà sul campo di battaglia. Ma quella morte non sarebbe stata sufficiente a costruire il carisma, senza la vita che l’aveva preceduta. Come tutti i grandi dirigenti politici, Berlinguer ebbe straordinarie intuizioni e fu condizionato da alcune sottovalutazioni.

Il ruolo delle donne nella società, il governo mondiale della globalizzazione, che allora era chiamata interdipendenza, la necessità di considerare degne di rilievo e di attenzione non solo le esigenze e le rivendicazioni economico-sindacali, ma anche quei problemi che insorgono dallo svolgersi della vita delle persone, furono il segno di una capacità di lettura della società contemporanea che legò il suo impegno politico alla sensibilità degli intellettuali e alle speranze delle generazioni più giovani. Più discusse furono altre due intuizioni, l’austerità e la questione morale. L’austerità fu a volte interpretata come rifiuto della modernità, come il tentativo di un impossibile ritorno al passato. L’austerità, invece, era il frutto della critica al consumismo e al relativismo. Era la proposizione di un stile di vita rigoroso e sobrio, ma non mortificante o rinunciatario. Si trattava non di rifiuto della modernità, ma di una lettura nuova, preoccupata dei rischi di un ricorso incontrollato al nuovo, senza riflettere sui suoi contenuti e sui suoi valori. L’esistenza di una questione morale nella vita politica italiana esploderà alcuni anni dopo, con le denunce della corruzione politica da parte del mondo imprenditoriale e della stessa Chiesa Cattolica. Il crollo dell’Unione Sovietica ebbe un effetto liberatorio sulle scelte elettorali degli italiani, pienamente consapevoli della corruzione, ma sino a quel momento condizionati ancora dalla pregiudiziale anticomunista. Ne derivò il crollo della prima Repubblica, segno che quell’intuizione era fondata. Il limite della questione morale fu un altro. Berlinguer considerò  la questione morale sufficiente per la riforma del sistema politico e fu indifferente alla necessità di connettere i valori di una nuova moralità repubblicana ad una radicale riforma istituzionale. Questo fu uno dei punti di maggiore incomunicabilità tra il PCI e il PSI. Berlinguer non valutò la centralità della questione istituzionale per la riforma del sistema politico e il PSI si dimostrò del tutto indifferente alla questione morale.

Quella vecchia incomunicabilità tra riforma istituzionale e questione morale non è del tutto tramontata. Ancora oggi la riforma istituzionale proposta dal centro-destra appare più frutto di funambolismi concettuali e di scambi di convenienze tra parti politiche che di un disegno strategico sulla identità futura del nostro paese. Saranno altre le sedi nelle quali valutare ciò che di Enrico Berlinguer è ancora attuale e ciò che invece appartiene alla storia della Repubblica.

Questa piccola raccolta di fotografie non note o poco note del Berlinguer deputato è solo la testimonianza  di un legame con la società italiana che il tempo non ha cancellato, anzi ha reso più profondo, quasi inconfessabilmente religioso. È forse un paradosso per un uomo schivo come lui; ma le ragioni stanno in un bisogno di valori al quale abbiamo il dovere di corrispondere.

                                                                                                         

                                                                                                          Luciano Violante
 

 

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