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ILLUSIONISMO CONTABILE La Commissione UE il 29 giugno scorso ha raccomandato all’Italia di correggere il suo deficit di circa l’1,6% nell’arco del 2006-2007. Secondo il commissario agli affari economici e monetari, in Italia, il rapporto deficit-Pil nel 2005 è destinato a salire oltre il 4%. Il commissario ha raccomandato che le misure correttive siano di natura “strutturale“, non prevedano il ricorso a misure “una tantum“ e che almeno metà della correzione sia fatta nel 2006. Nella raccomandazione si legge anche che “un livello di debito al 106-107% nel 2004 è chiaramente al di sopra del valore di riferimento del Trattato e non è sceso a un ritmo soddisfacente negli ultimi anni“. Per rispettare le mirabolanti promesse di Berlusconi, i conti pubblici italiani sono, dunque, fuori controllo. Il compito di gettare fumo e cercare di ritardare la resa dei conti con le autorità europee e con i mercati finanziari (il cui giudizio negativo può comportare un aggravio notevole per gli interessi che l’Italia deve pagare per via del suo cospicuo debito accumulato) è stato affidato all’illusionismo contabile e alla finanza creativa del duo Tremonti-Siniscalco. Una prima mossa è consistita nel sopravvalutare sistematicamente le previsioni di crescita della nostra economia. Il motivo è semplice: se prevedo, ad esempio, un incremento del Pil del 3%, dispongo (sulla carta) di circa 20 miliardi di euro di entrate aggiuntive. Ma se la crescita reale è la metà, le entrate aggiuntive si riducono a 10 miliardi. Ho così finanziato una parte delle mie nuove spese in deficit senza contravvenire formalmente ai criteri del Patto di stabilità che governa l’euro.
E poi condoni fiscali e edilizi a raffica, utilizzo a ripetizione delle cartolarizzazioni, vendita di immobili degli enti previdenziali e della Difesa. E ancora, finte privatizzazioni, vendendo le azioni dell’Eni e dell’Enel alla Cassa depositi e prestiti, precedentemente trasformata in SpA, ma pur sempre del Tesoro. Collocazione fuori dal bilancio delle amministrazioni pubbliche di società dello Stato, come l’Anas, cercando di farla passare come una società operante sul mercato inventandosi la vendita delle strade e il pagamento di pedaggi. In realtà, il debito già imponente è tornato ad aumentare superando i 1.500 miliardi di euro, il deficit da due anni (2003, 2004) ha superato in maniera stabile il 3%, anche applicando i nuovi criteri più elastici del Patto di stabilità. Mentre sono ancora peggiori le previsioni per il 2005 ed il 2006.
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Emendamenti
Legge finanziaria 2002
Legge finanziaria 2003
Legge finanziaria 2004
Legge finanziaria 2005 |
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AUTONOMIE
In contrasto con lo sbandierato federalismo il Governo sin dall’inizio della legislatura ha tagliato drasticamente le risorse delle autonomie locali e in particolare dei Comuni. La finanziaria 2005 ha posto gran parte dei risparmi di spesa a carico delle Regioni, delle Province e dei Comuni.
È stato posto un tetto alla spesa delle amministrazioni: le regole del Patto di stabilità, con le quali tali enti concorrono al “riequilibrio” della finanza pubblica sono state, di fatto, interamente riscritte; con le nuove regole la spesa complessiva delle autonomie dovrà stare entro un limite che contiene severamente la spesa corrente e fissa un tetto insostenibile per la spesa in conto capitale; questo costringe, di fatto, Comuni, Regioni e Province a tagliare i servizi ai cittadini (perché gran parte del bilancio di questi enti sono risorse destinate a servizi sociali!) e, di fatto, blocca gli investimenti in infrastrutture (che rappresentano più del 70% del totale nazionale!). Questo meccanismo opera una selezione inversa premiando gli enti peggio amministrati. A questo si aggiunge il fatto che il Governo ha, di fatto, impedito agli enti locali e territoriali di ricavare risorse anche mediante le imposte proprie (con il blocco delle addizionali IRPEF di Comuni e Regioni dal settembre 2002, solo in parte attenuato con la finanziaria 2005).
Con emendamenti alla Finanziaria e in tutti i provvedimenti successivi sulla finanza locale, i deputati Ds hanno contestato tale vincolo che blocca l’attività degli enti, i contratti in corso di esecuzione, gli stati avanzamento lavori degli appalti, facendo lievitare gli oneri per interessi, provocando costose controversie, danneggiando i fornitori di beni e servizi e rallentando l’attività economica nel suo complesso. Hanno chiesto che all’eventuale scostamento dagli obiettivi di spesa si ponga riparo mediante un piano di rientro di razionalizzazione e riduzione delle spese, tenendo conto delle esigenze prioritarie dell’ente e della qualità delle spese. E inoltre: l’esclusione dal vincolo di spesa per i piccoli Comuni; l’esclusione dal medesimo tetto per la spesa per investimenti; l’esclusione dal limite di importanti categorie di spesa (per investimenti finanziati anche dalla UE, per interessi sui mutui, per calamità naturali, ecc.); il rifinanziamento del Fondo ordinario investimenti per gli enti locali; risorse per i libri di testo; maggiori risorse per il potenziamento e la riqualificazione del trasporto pubblico locale.
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Proposta di
legge
4322 Agostini
30 settembre 2003
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CASSA DEPOSITI E PRESTITI
Gli italiani conoscono la Cassa depositi e prestiti essenzialmente perché essa emette il debito postale, il quale raccoglie tradizionalmente una larga fetta del risparmio degli italiani grazie alla sua sicurezza dovuta alla garanzia dello Stato. Non altrettanto noti, però, sono gli altri compiti della Cassa, la sua natura giuridica e, più in generale, la sua essenziale funzione economica.
La Cassa, infatti, per decenni ha erogato prestiti vantaggiosi agli enti pubblici e, in particolar modo, agli enti locali, rappresentando un elemento essenziale della loro stabilità finanziaria. In un momento in cui si delinea una nuova ripartizione dei poteri tra Stato e enti locali e, soprattutto, si rende necessario un nuovo “federalismo fiscale”, questa funzione della Cassa di sopperire alle carenze e ai costi del sistema bancario in regime di mercato potrebbe apparire ancor più importante.
I deputati Ds hanno presentato una proposta organica sull’argomento, la quale rispetta l’originaria natura pubblicistica della Cassa e, quindi, la funzione di finanziamento degli enti pubblici e degli enti locali, oltre che di raccolta di risparmio tra il pubblico collocando buoni e depositi “postali”. La proposta innova sensibilmente la struttura organizzativa della Cassa, consentendo processi decisionali più snelli ed efficienti.
Di tutto altro tenore è stata la riforma della Cassa compiuta dal Governo due anni or sono. Essa è stata trasformata in SpA e una quota di minoranza delle sue azioni è stata venduta alle fondazioni bancarie, le quali hanno accettato solamente dietro forti garanzie di ritorni finanziari e al diritto di recedere dalla società se i dividendi fossero insufficienti.
La Cassa, quindi, potrebbe perdere o, comunque, vedere scemare, il suo ruolo di finanziatore degli enti locali, con grave danno all’economia del paese. Essa si è di fatto trasformata in una sorta di nuovo IRI che ha comprato azioni ENEL e ENI, strumento di finte dismissioni delle partecipazioni statali per truccare i conti pubblici.
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PRIVATIZZAZIONI
Il Governo Berlusconi era partito come governo liberista, teso ad alleggerire la presenza pubblica nell'economia. In realtà l’unica vera privatizzazione del Governo di destra è stata la vendita dell'Eti, il monopolio tabacchi. A parte questo, abbiamo visto solo cessioni di quote marginali per fare cassa o finte privatizzazioni, ovvero azioni “vendute” alla Cassa depositi e prestiti, controllata a sua volta dal ministro dell’economia. E così resta dominante la presenza pubblica in imprese che la propaganda da diversi anni vuole "privatizzate" (ENI, ENEL) anche se i loro consigli di amministrazione sono di nomina pubblica.
Anche per questo i prezzi dell’energia, ad esempio, sono in Italia più alti di quelli degli altri paesi dell’Unione europea. Si deve anche ricordare la pesante ingerenza nell'attività delle Autorità amministrative che dovrebbero controllare la concorrenza ed i prezzi, Autorità la cui indipendenza dà parecchio fastidio a questo Governo.
I deputati Ds si sono battuti per l’autonomia delle Autorità indipendenti di vigilanza, antitrust e di settore, per il controllo dei prezzi e delle tariffe, per un’effettiva liberalizzazione del settore dei servizi a vantaggio dei consumatori/utenti. Le privatizzazioni, condotte in Italia in un quadro di incerta liberalizzazione, avrebbero dovuto proporsi un più ambizioso obiettivo: generare un nucleo di medio-grandi imprese nei settori dell’industria e dei servizi, capace di collocarsi su alcune frontiere dell’innovazione tecnologica e, in particolare, della cosiddetta “tecnologia dell’informazione e della comunicazione”. E da qui bisognerà ripartire.
In molti casi vi è stato il passaggio da un monopolio pubblico a un monopolio privato o semi-privato. Il Governo Berlusconi non ha effettuato alcuna scelta per far seguire le liberalizzazioni ai processi di privatizzazione. L’opportunità è stata invece sfruttata da gran parte delle residue grandi imprese private italiane che si sono rifugiate in questi mercati protetti, allentando l’impegno nella loro attività pricipale.
Pur senza prescindere da una valutazione anche critica sull’esperienza passata, non si può sottovalutare il contributo fondamentale offerto dalle privatizzazioni al risanamento del bilancio pubblico ed all’ingresso nell’euro.
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Proposte di
legge
5361 Battaglia
19 ottobre 2004
5478 Cennamo
7 dicembre 2004
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CARTOLARIZZAZIONI
Le misure una tantum, come condoni e cartolarizzazioni, hanno avuto un grande peso nelle manovre di questi anni. Non a caso, tra le economie avanzate, l'Italia è quella che vi ha fatto maggiore ricorso. Per “cartolarizzazione” si intende una operazione di cessione di immobili o di altre attività finanziarie a una società veicolo che provvede a convertirli in obbligazioni i cui proventi sono immediatamente a disposizione della società che ha ceduto l'attività. Ma le cartolarizzazioni non sono semplicemente un'anticipazione di entrate che sarebbero affluite negli anni a venire. Esse hanno costi immediati e futuri. Le vere ragioni per cui il Governo è ricorso a tali strumenti finanziari sono collegate ai vincoli cui è soggetto il bilancio pubblico: di natura esterna (derivanti dal Patto di stabilità e crescita) e di natura politica (associati alla difficoltà di ridurre le spese e all'impegno di ridurre le imposte).
Le operazioni di cartolarizzazione di dimensioni maggiori sono quelle note come Scip: con Scip1 (dicembre 2001) e Scip2 (varata a dicembre 2002) sono stati venduti, o stanno per esserlo, gli immobili degli enti previdenziali. Rimane una terza cartolarizzazione, Scip3, che dovrebbe essere concentrata sugli immobili residenziali della Difesa per un importo compreso tra 1,2 e 1,5 miliardi di euro entro il 2008. Il tutto dovrebbe alla fine consentire incassi per 10-12 miliardi di euro. Sebbene sia possibile ricorrere a operazioni di finanza straordinaria in fasi negative del ciclo economico, non si può presentarle per quello che non sono, tacerne i costi e esagerare nel ricorso allo strumento. L’operazione Scip, ad esempio, presentata come forma di valorizzazione del patrimonio pubblico, ha registrato un andamento delle vendite effettive notevolmente al di sotto delle previsioni, tanto che nel gennaio 2004 Fintecna (al 100% di proprietà del Tesoro) è intervenuta alle aste per acquistare l'invenduto, per un ammontare non conosciuto, e tanto che per rimborsare i titoli emessi lo scorso anno si è dovuto far ricorso a un prestito, a garanzia statale, di 800 milioni. Per non dire dell’emissione di nuovi titoli (sempre garantiti dagli immobili) per poter rimborsare quelli emessi nel 2002. Siamo quindi di fronte a un gioco di scatole cinesi. In questi anni i deputati Ds hanno difeso con successo gli inquilini delle abitazioni in vendita, tramite emendamenti alle leggi finanziarie e mozioni, e denunciato l’utilizzo eccessivo e pericoloso di queste operazioni di “finanza creativa”.
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