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Proposte di
legge
3133 Fassino, Rutelli
5 settembre 2002
3912 Innocenti
28 aprile 2003 |
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DIRITTI Oggi il mercato esige un lavoro sempre più qualificato, capace di far fronte alle sfide di una concorrenza interna e internazionale che si gioca soprattutto sul terreno dell’innovazione e della qualità. Ma c’è un’altra sfida da vincere: dotare tutte le forme di lavoro di un quadro generale di principi e diritti. Lo scopo della proposta di legge dei deputati Ds è proprio questo. Nella proposta hanno importanza centrale sia la formazione lungo l’intera vita lavorativa, sia le forme di tutela attiva del lavoro e del reddito.
A seconda del lavoro svolto (subordinato, economicamente dipendente, autonomo) e delle modalità e dei vincoli della prestazione, quindi, la proposta predispone un sistema modulare di diritti che tenga conto delle differenze e sappia fornire risposte alle specifiche esigenze dei vari lavori. Cosa significa modulare i diritti? Significa offrire a tutti le stesse tutele, tenendo conto delle differenze esistenti nel mercato dei lavori, senza abbassare il livello garantito a chi svolge un lavoro subordinato e allo stesso tempo senza attribuire, a chi svolge un lavoro economicamente dipendente o autonomo, una protezione minore o di “serie B”. È importante promuovere tutti i lavori anche nelle forme nuove, flessibili e autonome, ma questa flessibilità non può essere pagata con la precarietà e con le intollerabili insicurezze che caratterizzano, oggi, molte situazioni lavorative.
La stabilità nel lavoro rimane per i deputati Ds un obiettivo preciso e prioritario. La proposta di legge prevede, quindi, una rete di diritti di base a carattere generale. Vediamo quali. Per la prima volta si riconoscono i diritti alla parità di trattamento e alla non discriminazione: la tutela contro le molestie sessuali nei luoghi di lavoro; la tutela contro il mobbing e le discriminazioni individuali; la tutela ed il sostegno della maternità e della paternità; la tutela per gli infortuni sul lavoro e per la malattia; il diritto alla cura dei familiari e alla conciliazione tra tempo di vita e tempo di lavoro.
Si riconoscono inoltre i diritti legati alle politiche attive del lavoro, alla formazione continua e permanente, al sostegno alla continuità del reddito e alla previdenza e alla sicurezza sociale.
Il tutto nella prospettiva di dare effettività alla promozione della piena e buona occupazione.
Dopo la rete comune di diritti per tutti le varie tipologie di lavoro, la proposta entra nel dettaglio per quanto riguarda i lavoratori economicamente dipendenti, intendendo per questi soprattutto coloro che svolgono collaborazioni a progetto (co.co.pro.) o collaborazioni coordinate e continuative (co.co.co.). Nel caso in cui, ad esempio, come spesse volte accade, il rapporto di lavoro presenti, nelle sue concrete modalità di svolgimento, le caratteristiche proprie del rapporto di lavoro subordinato, esso si convertirà automaticamente in rapporto di lavoro subordinato.
Con questo progetto ci si vuole collegare alla nostra Costituzione e dare piena attuazione alla Carta dei diritti fondamentali sottoscritta a Nizza nel dicembre 2000 dai capi di Stato e di Governo degli stati membri per garantire i diritti civili fondamentali a tutti i cittadini dell'Unione europea.
La diversificazione in atto fra le diverse tipologie di lavoro ha ormai da tempo messo in crisi l’impostazione tradizionale incentrata sul rapporto di lavoro subordinato. Per questo è necessaria un’integrazione allo Statuto dei Lavoratori del 1970: per offrire le stesse tutele a tutti i lavoratori, tenendo conto proprio delle differenze nel mercato dei lavori.
In Italia, su 22 milioni di occupati solo 10 milioni godono delle garanzie tipiche della legislazione del lavoro e dello Statuto dei lavoratori. E gli altri? Questa proposta si occupa di tutti i lavoratori: autonomi, subordinati, economicamente dipendenti, parasubordinati e collaboratori di varia natura.
Nei confronti della miriade di forme di attività espresse dall’attuale organizzazione economica si è intervenuti finora con adattamenti parziali, prevedendo in particolare rapporti di lavoro atipici, che sono regolati diversamente e che prevedono, di solito, minori tutele rispetto a quelle tradizionali, una maggiore flessibilità e minori costi, specie previdenziali. Se questi adattamenti sono risultati efficaci sul piano occupazionale, è ora urgente fare un passo ulteriore, altrimenti corriamo il rischio che prendano piede tendenze destabilizzanti, sia sul piano della conformazione del rapporto di lavoro e sia sul piano dei diritti che in esso si devono radicare, anche perché i rapporti atipici sono affiancati da istituti di sicurezza sociale assolutamente frammentari e incerti. La frammentazione delle forme contrattuali comporta una corrosione arbitraria e non controllata delle tutele che può pericolosamente destrutturare l’intero mercato del lavoro.
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Proposte di
legge
3133 Fassino, Rutelli
5 settembre 2002
3134 Rutelli,
Fassino
5 settembre 2002
5930 Pennacchi
21 giugno 2005 |
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PRECARIATO Quello del lavoro atipico è un mondo di cui si parla molto ma le cui dimensioni e articolazioni rimangono, sotto molti punti di vista, ancora sconosciute nella loro complessità. Se per alcuni, infatti, la condizione di parasubordinato rappresenta solo una forma di inserimento nel mercato del lavoro, gli atipici che rimangano tali rischiano di cadere in una condizione di basso e saltuario reddito durante la vita lavorativa e di bassa pensione alla fine di questa, con forti limitazioni non solo delle aspettative professionali, ma anche di quelle personali. Esiste la possibilità, quindi, di generare una classe di occupati a rischio di esclusione sociale.
Di conseguenza, le condizioni dei parasubordinati richiedono il rinnovamento dei modelli organizzativi dello Stato sociale e le tradizionali tutele del lavoro e del reddito, il funzionamento del sistema creditizio, le politiche abitative e di sostegno alla famiglia. Il welfare va, quindi, ripensato in un’ottica inclusiva orientata ad estendere le tutele sociali a chi oggi ne è privo.
A questo scopo, oltre che con specifici emendamenti presentati, ad esempio, in occasione dell’esame delle leggi finanziarie, i deputati Ds e del centrosinistra hanno elaborato una carta dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori. La proposta di legge attribuisce ai lavoratori parasubordinati diritti specifici e contrasta l’uso improprio del contratto quale lavoro subordinato mascherato. In particolare, si stabiliscono una migliore definizione del contratto e la determinazione di un compenso equo; il diritto all’astensione retribuita (per malattia, maternità, attività di cura, formazione, ecc.); tutele in materia di salute e sicurezza sul lavoro; diritti di sicurezza sociale.
Proprio ai diritti di sicurezza sociale in materia di tutela del lavoro e del reddito è dedicata la proposta di legge che estende ai lavoratori parasubordinati il trattamento di disoccupazione e introduce per essi meccanismi di sostegno al reddito corrente ma anche ai contributi previdenziali. Ancora più specifica la proposta di legge che reca misure a sostegno dei lavoratori parasubordinati, che parifica l’aliquota di computo al 20% fin dall’esordio della gestione e consente di aumentare volontariamente l’aliquota contributiva. Si affrontano in questa proposta anche le politiche abitative, con l’idea di una garanzia pubblica in caso di mutui o di contratti di affitto stipulati dal lavoratore parasubordinato.
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Proposta di
legge
3619 Turco
3 febbraio 2003
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REDDITO MINIMO DI INSERIMENTO
Chi si ricorda del reddito minimo di inserimento? Sulla scia di un’esperienza adottata in tutti gli altri paesi dell’Unione europea, in Italia questa misura fu introdotta dal Governo di centrosinistra in via sperimentale tra il 1999 e il 2001 in 33 comuni-campione. Malgrado i risultati positivi, però, la pratica non solo non fu generalizzata ma venne addirittura abbandonata ed il centrodestra ha detto in tutte le salse che non sarebbe stata (come in effetti non è stata) ripristinata. I deputati Ds hanno quindi presentato una proposta di legge per il ripristino generalizzato del reddito minimo di inserimento per sostenere in questo modo una importante misura di contrasto della povertà e dell’esclusione sociale che coinvolge quanti hanno serie difficoltà ad inserirsi nel mondo del lavoro.
L’Istat ha stimato che quasi tre milioni di famiglie sono in condizioni di povertà relativa, e circa un milione in condizioni di povertà assoluta. Come fronteggiare questa drammatica realtà? Ecco la funzione del reddito minimo di inserimento: non si tratta di un’elemosina (si può calcolare che esso si aggiri sui 400 euro mensili per una persona che vive sola) perché l’erogazione del Rmi è legata alla partecipazione, obbligatoria per quanti sono in età lavorativa, a programmi di reinserimento lavorativo e sociale. Le condizioni economiche per l’accesso al reddito minimo sono quattro: reddito procapite non superiore a
6.200 euro annui (ma tutte le cifre sono solo indicative, perché con l’entrata in vigore della legge saranno parametrate e aggiornate sulla base della variazione del costo reale della vita, e potranno oscillare per non più del 15% in relazione alle specifiche condizioni socioeconomiche delle diverse regioni); patrimonio immobiliare familiare limitato alla prima casa con valore massimo di 51mila euro; patrimonio mobiliare familiare non superiore a 1.500 euro; integrazione del reddito mensile procapite equivalente, pari cioè alla differenza tra il reddito mensile disponibile e una soglia predeterminata.
Su un già accennato requisito soggettivo la proposta insiste per fronteggiare eventuali distorsioni nell’applicazione della norme: quanti, beneficiari del Rmi, sono in età lavorativa e abili al lavoro devono dichiarare la disponibilità al lavoro e alla frequenza di corsi di formazione o riqualificazione professionale ai servizi per l’impiego territorialmente competenti.
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Proposte di
legge
5940 Agostini
27 giugno 2005
1048 Ruzzante
26 giugno 2001 |
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PROFESSIONI
La riforma della disciplina delle libere professioni è un elemento cardine del processo di liberalizzazione della società italiana, essenziale per garantire competitività del paese.
L’esigenza è di assicurare l’apertura del mercato e effettive possibilità di ingresso da parte delle nuove generazioni, assicurando al contempo che il professionista sia in possesso delle conoscenze necessarie, al fine di tutelare l’affidamento dei cittadini. Lo strumento classico è quello dell’iscrizione in un albo professionale riservato a chi è in possesso di un certo titolo di studio, accompagnato dalla riserva d’esercizio dell’attività stessa a chi è iscritto all’albo.
I problemi più significativi sorgono dall’esigenza di ottenere una effettiva concorrenza, anche al fine di delineare le nuove prospettive di sviluppo delle attività libero-professionali, che dovranno confrontarsi col mercato al pari di tutte le altre attività economiche.
Inoltre, è assolutamente necessario consentire la costituzione di società tra professionisti (come già avviene per gli avvocati), perché solo in questo modo si permette la crescita dimensionale degli studi professionali, che verranno gestiti come vere imprese.
I deputati Ds hanno presentato una proposta di riforma organica delle libere professioni che limita le riserve d’attività a quelle già esistenti e tenta una prima ragionevole apertura del mercato, disciplinando anche le società tra professionisti.
È un primo passo nella direzione di un mercato più moderno e aperto, perché consente la costituzione di società con capitale di non professionisti per le professioni non riservate. Oltre ad essa i deputati Ds hanno presentato una proposta di delega per la liberalizzazione delle professioni non regolamentate.
Di fronte a queste esigenze oggettive di liberalizzazione, l’attuale maggioranza non è riuscita a fare alcun passo in avanti. Le proposte, pur prudenti, contenute in alcuni progetti di legge presentati al Senato, infatti, sono tutte su un binario morto, mentre le aperture introdotte nelle prime versioni della legge di conversione al decreto competitività sono scomparse nelle stesure definitive.
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Proposte di
legge
3134 Rutelli, Fassino
5 settembre 2002
3914 Agostini
28 aprile 2003
57 Gasperoni
30 maggio 2001
3913 Gasperoni
28 aprile 2003 |
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TUTELE
La proposta di legge dell’Ulivo disegna un sistema di tutele che soddisfa il bisogno di protezione di tutte le tipologie di lavoratori. Il testo contiene una riforma organica degli ammortizzatori sociali e dei contratti con finalità formativa e introduce nuove forme di sostegno al reddito per tutti i lavoratori, sia subordinati che economicamente dipendenti (co.co.pro., co.co.co., ecc). Le politiche occupazionali sono integrate con le politiche di inclusione sociale e sono rivolte a garantire a tutti i lavoratori l’estensione dei diritti alla tutela contro la disoccupazione.
Viene proposta l’istituzione di un nuovo contratto formativo che sostituisce sia il contratto di formazione e lavoro sia l’apprendistato, potenziando i contenuti della formazione, sia essa interna o esterna all’azienda. Viene introdotto il contratto di inserimento lavorativo, connesso all’attuazione di un progetto formativo destinato alle cosiddette fasce deboli del lavoro. L’assicurazione contro la disoccupazione è estesa a tutte le persone con contratto di lavoro subordinato, anche in forma discontinua, o che svolgono attività di lavoro caratterizzate da una dipendenza economica. Viene superata l’attuale frammentazione fra indennità ordinarie e speciali di disoccupazione e indennità di mobilità, con una razionalizzazione che porta a due sole indennità: una di base uguale per tutti i lavoratori e una a requisiti ridotti, per tutti coloro che hanno un’occupazione limitata nel tempo.
Il trattamento di cassa integrazione è esteso a tutti i dipendenti, anche nelle piccole imprese e nei settori finora scoperti, senza oneri a carico dei datori di lavoro ma attuando la fiscalizzazione dei contributi per gli assegni familiari.
Per i lavoratori discontinui e per quelli economicamente dipendenti è prevista un’integrazione dei redditi da lavoro, anche per incentivare la prosecuzione dell’attività lavorativa. Per garantire una migliore pensione ai lavoratori economicamente dipendenti è introdotta un’integrazione contributiva a fini pensionistici, nonché la totalizzazione (ovvero la possibilità di sommare contributi versati ad enti previdenziali diversi) e la ricongiunzione dei periodi contributivi.
È previsto un conto sicurezza individuale per chi svolge attività temporanee, allo scopo di soddisfare alcune esigenze rilevanti come il pagamento di mutui per la casa o di tasse scolastiche.
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Proposta di
legge
4886 Gasperoni
7 aprile 2004
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Inerrogazione
3-03484 Innocenti
17 giugno 2004
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PENSIONI
Una delle imprese più gravi (e più gravide di conseguenze) del Governo Berlusconi è stata la controriforma delle pensioni. Vogliamo ricordarne gli aspetti più allarmanti? Anzitutto l’allungamento dell’età necessaria per il pensionamento, con tanti saluti, nella sostanza, alla pensione di anzianità e alla flessibilità dell’età pensionabile. E infatti se oggi occorrono 57 anni di età e 35 di contributi, dal 1° gennaio 2008 saranno necessari 60 anni, poi 61 nel 2010 e 62 nel 2014, sempre con 35 anni di contributi. Inoltre vengono ridotte da quattro a due le finestre annue di uscita, allungando così ulteriormente il periodo per andare in pensione. La disciplina della previdenza complementare rimane largamente insufficiente rispetto alla necessità di far decollare il secondo pilastro del sistema previdenziale sia nei settori privati che in quelli pubblici. Anzi, con l’equiparazione tra fondi negoziali, fondi aperti e polizze individuali si snatura il ruolo della previdenza complementare a tutto vantaggio di un regime assicurativo di tipo privatistico. Infine, non ci sono misure per dare un futuro previdenziale ai tanti giovani che oggi svolgono lavori precari e insicuri.
L’azione parlamentare dei deputati Ds e dell’opposizione e la mobilitazione sindacale hanno costretto il Governo ed in particolare il ministro leghista del lavoro a modificare in qualche pur modesta misura il progetto iniziale: stralciata la decontribuzione (cioè la riduzione di sei punti dei contributi versati dal datore di lavoro) che avrebbe avuto il duplice effetto di ridurre i futuri trattamenti pensionistici delle giovani generazioni e mettere in crisi il gettito degli enti previdenziali necessario a pagare le pensioni attuali; e parzialmente modificato il punto relativo al versamento della liquidazione ad un fondo di previdenza complementare introducendo, al posto della prevista obbligatorietà del versamento, il principio del silenzio-assenso da parte del lavoratore.
Ma restano gli elementi più allarmanti di una controriforma non giustificata e non giustificabile alla luce degli effetti positivi raggiunti dalla riforma Dini. È del tutto evidente il tentativo di smantellamento del sistema previdenziale pubblico, mentre è necessario completare il progetto del centrosinistra in direzione della sostenibilità finanziaria, dell’equità sociale e della coerenza con i cambiamenti del mercato del lavoro. Anzitutto offrendo garanzie ai lavoratori più deboli: rendere più sicuro il futuro previdenziale dei giovani consentendo a tutti i lavoratori di poter cumulare i vari periodi assicurativi versati in fondi diversi per accedere ad una pensione unica; avviare un processo graduale di riduzione delle distanze esistenti tra le aliquote contributive del lavoro autonomo e dipendente; armonizzare gradualmente le aliquote contributive dei collaboratori coordinati e continuativi con quelle dei lavoratori autonomi e rafforzare contemporaneamente le prestazioni sociali come l’assegno per il nucleo familiare, l’indennità per maternità, la malattia, gli infortuni, la disoccupazione e le agevolazioni per la formazione; riconoscere ai lavoratori precari adeguate coperture figurative per i periodi di non lavoro; attuare le norme per il riconoscimento, ai fini dell’accesso alla pensione, dei lavori particolarmente usuranti e rischiosi; eliminare, infine, le situazioni di privilegio ancora esistenti nei diversi regimi previdenziali.
È necessario anche incentivare il sistema previdenziale complementare. Da qui la proposta del centrosinistra di una disciplina fiscale che favorisca la destinazione delle risorse volontarie anche da parte dei lavoratori meno tutelati e l’istituzione di fondi di previdenza complementare nel pubblico impiego. In questo stesso senso va anche la proposta di privilegiare la destinazione delle risorse derivanti dalle quote del Tfr verso i fondi complementari di natura negoziale. Per quanto riguarda le imprese, va ridotto il costo contributivo a loro carico agendo sulle parti non pensionistiche della contribuzione e attraverso una fiscalizzazione degli oneri sui redditi dei lavoratori meno qualificati e meno pagati.
Due parole infine sulla questione delle pensioni minime. La promessa del centrodestra di portare a 516 euro tutte le pensioni inferiori a questa cifra si è tradotta in una norma dai criteri così ristretti per cui i beneficiari sono stati solo il 23% degli aventi diritto: 1.672.500 a fronte di 7 milioni. Le risorse residue destinate all’aumento delle pensioni minime vengono dirottate altrove. Inoltre la mancata restituzione del drenaggio fiscale decisa dal Governo a partire dal 2002 ha comportato un aumento dell’aliquota fiscale a carico di quelle pensioni di importo lordo vicino al milione, che si sono attestate quindi su un netto ben inferiore al milione stesso.
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