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Qualche
dato
In vista della prossima
tornata referendaria potrebbe essere utile qualche dato
relativo all’andamento della partecipazione alle precedenti
consultazioni.
Da quello sul divorzio (1974)
a quelli del giugno 2003, gli appuntamenti referendari sono
stati tredici, e soltanto in otto di questi si è raggiunto
il quorum, con percentuali di votanti variabili fra il 57%
(nel 1995) e l'87,7% (nel 1974). Una breve cronistoria:
-
tra il 1974 e il 1987 si è
registrato un progressivo calo nella partecipazione, che
si è tuttavia mantenuta ad un livello ben superiore al
quorum (il massimo è stato l’87,7% del 1974 e il minimo
il 65,1% del 1987); nello stesso periodo la
partecipazione alle elezioni politiche è scesa dal
92-93% all’88%;
-
nel 1990, sui referendum
relativi a caccia e pesticidi, è mancato per la prima
volta il quorum (43,1%);
-
tra il 1991 e il 1995 si
supera nuovamente il quorum richiesto: 62,4% sulla
preferenza unica nel 1991, 76,9% sul maggioritario nel
1993 e 57% sulle televisioni nel 1995, ultimo caso, tra
l’altro, in cui non vi fu campagna per l’astensionismo;
-
dopo il 1997 si resta
sempre al di sotto del quorum (30,2% nel 1997, 49,6% nel
1999 e 32,2% nel 2000). Nel contempo la partecipazione
alle elezioni politiche si colloca di poco sopra l’80%.
Si vedano i dati sui siti:
www.deputatids.it in Rubriche,
Almanacco;
http://www.istcattaneo.org/archivi/elezioni/referend/referend.html;
http://www.giuffre.it/servlet/page?_pageid=206&_dad=portal30&_schema=PORTAL30;
e nel volume di A. Barbera e
A. Morrone “La Repubblica dei referendum”, Il Mulino,
Bologna, 2003.
In presenza di una campagna
elettorale in cui si invita l’elettorato all’astensione per
poterne poi utilizzare strumentalmente le percentuali come
indicative di un “No” rafforzato - quale quella che si sta
profilando - diventa indispensabile per il raggiungimento
del quorum portare alle urne almeno una quota di elettori
pari a quella che - in una normale elezione politica -
corrisponde alla somma dei voti di una coalizione e di una
metà dell’altra.
Nel caso della procreazione
assistita appare pertanto decisivo che si rechi a votare una
parte significativa del centro-destra.
Per ottenere il quorum è
necessario superare le linee di frattura nord-sud e
laici-cattolici e impegnarsi affinché in tutte le regioni il
voto sia percepito come un dovere civico.
Il
giudizio di ammissibilità della Corte Costituzionale
Il 28 gennaio 2005 la Corte
Costituzionale ha depositato cinque sentenze relative ai
giudizi di ammissibilità dei quesiti referendari1.
Tali pronunce, unitamente alle memorie illustrative
depositate presso la stessa Corte dai comitati promotori,
possono essere utili per cogliere alcune delle motivazioni
giuridiche più significative emerse a sostegno delle diverse
iniziative referendarie.
E’ opportuno ricordare,
tuttavia, che il vaglio di ammissibilità che la Corte è
chiamata a svolgere in tale sede di giudizio, per costante
giurisprudenza, presenta caratteristiche autonome e diverse
da quelle che normalmente connotano i giudizi di
costituzionalità delle leggi e degli atti aventi forza di
legge: la Consulta, infatti, deve qui verificare solo se i
quesiti trovino o meno un ostacolo alla loro ammissibilità
in relazione all’articolo 75 della Costituzione e agli
ulteriori criteri che la giurisprudenza della stessa Corte è
venuta elaborando fin dal 1978, come per esempio il criterio
della non abrogabilità di norme a contenuto
costituzionalmente necessario o quello della omogeneità,
univocità e non manipolatività del quesito.
Va però considerato che, sia
pur negli stretti limiti che abbiamo indicato, nelle
motivazioni delle sentenze è possibile cogliere alcuni
potenziali profili di incostituzionalità, capaci di
avvalorare, spesso, le tesi dei promotori.
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1 Le sentenze dalla n. 45/2005
alla n. 49/2005 sono tutte integralmente scaricabili dal
sito ufficiale della Corte Costituzionale
www.cortecostituzionale.it oppure dal sito ufficioso
www.giurcost.org.
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